Ho sempre adorato i libri di Paolo Rumiz sui suoi viaggi avventurosi in giro per l'Italia o l'Europa, e questo Trans Europa Express non fa certo eccezione. La sua capacità di raccontare le storie e le persone semplici incontrate più o meno per caso durante le sue peregrinazioni per me ha pochi eguali, e non smette mai di affascinarmi. E per quanto questo libro sia interessante da leggere anche adesso dopo oltre quindici anni da quel viaggio, soprattutto pensando a quanto sta succedendo adesso in alcuni di quei luoghi di frontiera, è proprio su quella sua capacità da cantastorie che mi voglio soffermare. Perchè molta di quella vita e umanità raccontata in quelle pagine, mi ha fatto ripensare a situazioni e comportamenti simili di quando ero bambino, catapultandomi indietro di quaranta anni. Perchè sì, a pensarci adesso pare quasi impossibile, ma se non crescevi in città o anche piccole cittadine, anche fino a metà abbondante degli anni 80, per chi cresceva in campagna o ai limiti della medesima, almeno nella mia zona la vita contadina era ancora parte integrante del quotidiano. Fosse anche limitata al terreno di proprietà attorno a casa, ognuno aveva degli animali, che fossero anche solo galline e conigli come avevamo noi, che qualche piccolo filare di viti e uno spazio più o meno grande per un orto. E i confini fra le proprietà...beh, i confini praticamente non esistevano fra vicini, nessuno piantava siepi per isolarsi, se c'erano muri o reti questi esistevano più per non far scappare gli animali che per dividere le persone, infatti ogni cancello o passaggio se non era lasciato aperto era al massimo "chiuso" con un semplice cerchietto di ferro che bastava alzare se volevi andare a trovare il tuo vicino. Per noi bambini era una pacchia avere quella libertà, vivere in mezzo agli animali e la natura, spesso ascoltare le storie (più o meno romanzate, ma era un divertimento anche quello, cercare di capire quando qualcuno la sparava grossa o cercava di prenderci per i fondelli) degli anziani, all'ombra di un albero o davanti a una stufa accesa e stranamente sempre con un bottiglione di vino sul tavolo che era pieno a inizio discorso, e matematicamente vuoto nel momento in cui gli ospiti decidevano che era ora di tornare a casa, per i quali oltretutto eravamo praticamente tutti nipoti di tutti. Quella sensazione di comunità, col passare degli anni e del venire progressivamente a mancare delle persone, purtroppo è andata praticamente quasi tutta perduta, e devo ammettere che mi manca da morire. Soprattutto perchè è stata sostituita da una generale diffidenza e modo di pensare abbastanza individualista che prima forse si trovava quasi esclusivamente nelle città.
Se ripenso a tutte le avventure con i miei amici mentre girovagavamo liberamente per la campagna, e poi penso ad oggi, con gran parte di quest'ultima ormai esageratamente edificata...beh, penso di poter tranquillamente dire che se allora qualcuno ti vedeva, ti salutava e magari ti offriva pure qualcosa da mangiare e da bere, oggi probabilmente chiamerebbe i carabinieri per venire a controllare dei ragazzacci che sicuramente stanno tramando qualcosa di losco. Mi basta fare due passi in un campo dietro casa con mio nipote (roba di massimo 200-300 metri, per notare subito qualcuno che dalle case costruite lì vicino ci guarda sospettoso...Poi ripenso a me stesso che praticamente passavo dall'andare da un vicino all'altro quasi fossimo stati tutti una singola grande famiglia e venivo sempre accolto con un sorriso (certo, ripensandoci adesso, che praticamente non suonavo mai un singolo campanello ma entravo e uscivo più o meno a mio piacimento, mi viene un po' da ridere, e de chiedermi a posteriori se e quanto avrò magari anche rotto le scatole. Però il fatto che appunto tutti mi accogliessero col sorriso testimonia quanto scritto finora. Alcuni fra i miei ricordi più cari rimangono tutt'ora quelli con quelle persone che ho avuto la fortuna di conoscere durante la mia infanzia. Da Beniamino, detto Bene, di nome e di fatto, con i suoi saggi insegnamenti. Alla Teresa, donna di infinita bontà, umiltà e altruismo che se n'è andata troppo presto. Al Nino (anche lui strappato troppo presto alla famiglia e chiunque gli abbia voluto bene) e la Lidia, e la nonna Neli, con cui ho passato ore e ore e ore fra caffè (rigorosamente guadagnati macinando i chicchi con quei bei classici macinini di una volta), aiuti nel tendere agli animali o a far compagnia nei campi, chiacchierate, tante anche con a farci compagnia la Lila, pastore tedesco che probabilmente era ai tempi grande il doppio di me ma era buona come il pane e ci potevi anche dormire assieme (infatti più di una volta ci siam appisolati più o meno abbracciati) sentendoti al sicuro da qualsiasi pericolo. Chiacchierando e a volte cantando nel granaio, dove toglievamo i chicchi dalle pannocchie e quando era abbastanza pieno io praticamente mi mettevo a nuotare in quel mare giallo.
E via dicendo. Dio come mi mancano quei tempi. Insomma, leggere questo libro mi ha aperto un mare di ricordi, cose a cui non pensavo più da troppi anni, e forse sarà anche il fatto che gli ultimi anni non semplici tendano a farmi diventare un po' troppo nostalgico, ripensando a tempi felici e in cui stavo bene, ma non posso che essere grato all'autore.

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